lunedì 15 marzo 2021

IL TURNO DI GRACE

 

IL TURNO DI GRACE
di William Wall

- Una intensa storia familiare raccontata attraverso la voce di due figlie, Grace e Jeannie, e articolata in tre parti, ognuna ambientata su un’isola diversa. La prima, alla fine degli anni Sessanta, su un’isoletta irlandese al largo di Cork, dove Grace e Jeannie vivono insieme alla madre, Jane, e alla sorella più piccola, Em. Il padre è un famoso scrittore, ma anche un manipolatore che le ha relegate lì per farne una specie di esperimento sociologico. Jane e le figlie hanno infatti uno stile di vita hippy, praticano un’agricoltura di pura sussistenza, le bambine non vanno a scuola, passano le giornate a cacciare animali selvatici. La situazione precipita quando la più piccola, Em, giocando, cade da una torretta e muore. Era il turno di Grace, doveva essere lei a prendersene cura. La famiglia disgrega, ma nella seconda e terza parte, ambientate nell’isola di Wight e a Procida, si scoprirà che in realtà la responsabilità dell’accaduto è stata ingiustamente addossata a Grace, condannandola a convivere per decenni con un immotivato senso di colpa. La scrittura fortemente evocativa, a tratti poetica e lirica, di un autore finalista al Man Booker Prize.

domenica 14 marzo 2021

GLI SPOSTATI

GLI SPOSTATI
di Arthur Miller

- Uscito nel 1961 per la regia di John Huston, "Gli spostati" non tardò a diventare un classico del cinema americano. Racconta di una giovane donna da poco divorziata – un personaggio che Arthur Miller scrisse appositamente per Marilyn Monroe – che si innamora di un cowboy del Nevada (Clark Gable nella sua ultima interpretazione) e si lascia trascinare dal mondo di quest’uomo più grande di lei, tra alcol, rodei e risse nei bar, sconvolgendogli a sua volta la vita, fino a una memorabile e drammatica scena finale. Il grande conflitto natura-uomo, ribellione-sicurezza, familiarità-estraneità della letteratura americana è qui espresso al suo massimo livello. Per il film Miller non aveva scritto una sceneggiatura ma un vero e proprio racconto, apparso per la prima volta nell’ottobre del 1957 sulla rivista Esquire. The Misfits era una storia già concepita per il grande schermo – ogni dettaglio è un suggerimento per l’occhio del regista o la mimica degli attori – ma pensata anche per un lettore: un lettore amante degli spazi infiniti e degli amori burrascosi. Questa edizione riporta in libreria "Gli spostati" a sessant’anni esatti dal film e dalla prima pubblicazione del libro in Italia, e lo fa con una nuova traduzione che, in un gioco di rimandi tra letteratura e cinema, riproduce nei dialoghi le battute della versione italiana del film.

THE GOOD LORD BIRD

 

THE GOOD LORD BIRD
La storia di John Brown
di James McBride

Il Kansas del 1856 è un campo di battaglia tra abolizionisti e schiavisti. La vita del giovane schiavo Henry Shackleford viene stravolta dall’arrivo in città del leggendario paladino abolizionista John Brown: quando una discussione tra il padrone di Henry e Brown si tramuta in uno scontro a fuoco, Henry è costretto a scappare insieme a Brown che, fin dal primo momento, lo scambia per una ragazza e lo considera il suo portafortuna. Henry, soprannominato “Cipollina”, si troverà così a viaggiare attraverso gli Stati Uniti insanguinati dalla guerra per la “liberazione della gente di colore” nei panni di una donzella. Dapprima profonda-mente a disagio per questo scambio di genere, finirà per apprezzarne i vantaggi: non dover fatica-re, poter passare inosservato e non dover rischiare la vita in guerra. Dopotutto, come dice lo stesso Henry, la menzogna è l’unica strategia di sopravvivenza degli schiavi neri nei rapporti con i bianchi. Insieme a John Brown seguirà le reali tappe della sua vita, compreso lo storico raid di Harpers Ferry nel 1859, uno dei grandi catalizzatori della guerra civile. Spassoso mix di storia e immaginazione raccontato con l’occhio meticoloso di McBride per i dettagli e i personaggi, The Good Lord Bird è un’avventura travolgente, ma anche una commovente esplorazione dell’identità e della lotta per la sopravvivenza.

I VESTITI CHE AMI VIVONO A LUNGO

 

I VESTITI CHE AMI 
VIVONO A LUNGO
Riparare, riadattare e rindossare i tuoi abiti 
è una scelta rivoluzionaria
di Orsola de Castro

«La moda non dev'essere spreco di risorse, ma tutela della bellezza. Un libro utile e interessante» (Rossella Migliaccio, autrice di Armocromia). Non abbiamo più spazio per i vestiti che acquistiamo compulsivamente? Siamo curiosi di sapere come possiamo fare la differenza nella battaglia sul cambiamento climatico? Partecipiamo alla rivoluzione di Orsola de Castro e impariamo a vestirci con abiti belli, a farli durare a lungo, in armonia con la nostra personalità e con il pianeta. Nei "Vestiti che ami vivono a lungo", Orsola de Castro, stilista e fondatrice di Fashion Revolution, ci parla di moda, di estetica, di taglia-e-cuci, del piacere di vestirci costruendo al contempo una nostra identità. Ma il suo è anche un libro politico, scritto da una donna che per decenni ha operato nel fashion system, che da dentro ne ha potuto conoscere la volatilità, le contraddizioni, gli sprechi, addirittura i crimini, e che ha deciso di lavorare per trasformarlo radicalmente. E la sua forza sta nel farci capire che la vera politica incomincia da scelte individuali, da gesti quotidiani che appartengono al nostro vissuto collettivo, come prendere in mano un ago e un filo per riparare qualcosa che altrimenti siamo costretti a buttare. E scoprire che è un gesto non solo necessario, ma anche bello: perché rimanda a saperi perduti e capaci di rendere tutto ciò che è standardizzato e impersonale incredibilmente unico e simile a noi.


I SUPERFLUI

 

I SUPERFLUI
di Dante Arfelli


- I superflui manca dagli scaffali dal 1994, anche se probabilmente molti tra voi avranno il piacere di trovarlo tra i libri dei genitori, se non tra quelli dei nonni, vista l'enorme diffusione che ebbe ai tempi della prima edizione. Opera prima di Dante Arfelli, scritta a 28 anni e uscita nel 1949, capace di vendere centomila copie in Italia e addirittura ottocentomila negli Stati Uniti, oltre a vincere nello stesso anno il Premio Venezia (antenato dell'attuale Campiello) nella sezione inediti.

Un successo che Arfelli purtroppo non seppe più replicare: nel 1951 uscì La quinta generazione, romanzo dopo il quale l'autore romagnolo perde per molti anni la capacità di raccontare storie, di mettere in fila pensieri, frasi e capitoli. Chiama questo male oscuro che lo sottrae alla scrittura e che gli impedisce di trovare quegli spunti di cui vivere1 «la mia nevrosi, le mie fobie». La malattia gli tolse le parole, quella voglia di osservare il rumore della vita. «Parlava per frasi spezzate», dice la figlia Fiorangela. «Parlava per sguardi, cominciava ad avere paura delle parole»2. Per molto, troppo tempo, Arfelli rimase in silenzio. Prima di quel buco temporale, come già detto, in pochissimo tempo seppe comporre un libro che letto oggi appare ancora carico di una forza incredibile, di un'attualità purtroppo ancora vicina alla nostra quotidianità.

«Lo scrissi in dieci giomi, ma era già tutto dentro. Vinsi il premio Venezia e mi diedero mezzo milione. Poi fu pubblicato e piacque moltissimo in America perché là capirono che rispecchiava l'Italia del dopoguerra. Lo avevo intitolato diversamente, La sera, ma passato davanti alla caserma dei carabinieri mi venne quel titolo più sintetico. I superflui sono, per me, una categoria morale, come gli indifferenti e gli egoisti, e così...». Guai a ricordargli che la critica letteraria lo apparentò ai neorealisti. «Lasciamo proprio stare. Si sbagliavano. Il neorealismo è stata un'imitazione degli americani. Dei disse, disse sempre disse. Anch'io ho dei disse, ma cerco di limitarmi»3.

Quello che Arfelli aveva da dire, lo raccontò attraverso la storia di Luca, ragazzo di campagna, che giunge a Roma in cerca di lavoro e fortuna. Come al solito, il destino si mette di traverso e appena sceso dal treno viene avvicinato da una prostituta, Lidia, che lo porta nella propria misera stanzetta, in affitto presso quella che lungo tutto l'arco del racconto viene sempre chiamata «la vecchia», vedova di ferroviere morto in servizio. I capitoli si susseguono, raccontandoci le "superflue" vite dei protagonisti. I superflui è un'opera, come la definì la giuria del premio Venezia, «amara, cruda, aspra, anche disperata se dal fondo della sua chiusa tristezza non si levasse una trepida luce di umana simpatia»4.

Spesso vittime delle classificazioni, delle categorie e delle etichette, facciamo nostre le parole di Arfelli, allontanandoci dalla narrativa del dopoguerra, allorché imperversava la retorica fotografica delle macerie. Il romanzo di Arfelli non è né sociologico né documentaristico, ma una metafora sconsolata dello spaesamento della gioventù dopo ogni disastro della ragione. Il giovane protagonista deambula alla ricerca di un posto fisso, ottenendo rifiuti e rinvii. La sua disperazione economica è parente stretta della sua disperazione esistenziale. La sua povertà materiale è congiunta con la sua povertà di motivazioni ideali e con l'inaridirsi dei sentimenti di solidarietà. Quello che conta, ovviamente, è la prosa. Una prosa che si potrebbe definire classica e grammaticale, ma con un ritmo interno così inesorabile e compatto che frantuma ogni stile conciliativo e si offre nella sua tragica e definitiva condanna dell'egoismo umano.5.

In occasione della ristampa de I superflui, avvenuta nel 1994 da parte di Marsilio, Paolo Crepet ne intervistò l'autore sulle pagine de «l'Unità». Facciamo nostra una domanda, troppo ghiotta per essere dimenticata: "Chi erano i superflui?". Arfelli non ci gira intorno, poche parole bastano a inquadrarli: «Erano quelli che si sentivano in più, quelli abbandonati dalla società»6. Altro che neorealismo, i personaggi pur venendo da storie di vita vissute avevano oltrepassato i limiti del contesto temporale, del dopoguerra, della Repubblica di Salò e del vuoto di valori con cui avevano avuto a che fare. Luca, Lidia e "la vecchia" camminano, pagina dopo pagina, verso il loro tragico destino, ci raccontano di vite desolate, di esistenze "trascurabili", appunto "superflue". Via via che ci si avvicina al finale, all'ineluttabile parola fine, la tristezza aumenta. I tentativi di emancipazione, da parte dei protagonisti, non mancano ma la pellicola con impresso il loro destino scorre fotogramma dopo fotogramma, già scritta e solo da vivere da sinistra verso destra, senza altre variabili possibili. Non serviranno, a far salire di grado Luca, le lettere di raccomandazione del parroco o del segretario del Partito Socialista del suo paesello, le amicizie più strane e insolite. Come a Lidia, alle prese con il desiderio di emigrare in Argentina, non basterà trovare chi la mantenga per smettere di fare la prostituta, per raccattare finalmente i soldi per allontanarsi da una triste esistenza. Un destino di fallimento morale, civile e sociale viene messo in scena, tra le pagine de I superflui.

Dante Arfelli seppe trovare la forza per tornare a scrivere prima della propria morte, avvenuta nel 1995. Con il Parkinson che gli muove le mani, scrive nel 1988 Ahimè, povero me, uscito poi per Marsilio nel 1993 e che rappresenta una sorta di diario in cui racconta questo suo ritorno alla narrazione, questo suo desiderio di essere meno "superfluo" e più vivo.


PAURE MEDIEVALI

 

PAURE MEDIEVALI
Epidemie, prodigi, fine del mondo
di Chiara Frugoni

- Un passato sorprendentemente vicino, nel momento in cui con sgomento ci troviamo ad affrontare realtà che si ritenevano scongiurate da secoli, come le pandemie causate da virus, o assistiamo alle ricorrenti catastrofi ecologiche, o valutiamo i rischi - spesso portati dall'aggressiva mano dell'uomo - che minacciano il pianeta. Il Medioevo ci parla oggi con voce forte, attraverso le tante paure che assillavano donne, uomini, bambini: paura della fine, della miseria, della fame, delle malattie, della lebbra e della peste in particolare, fino alla paura del diverso, dello straniero, degli ebrei, dei musulmani, dei mongoli. Un libro di lugubri sciagure che si susseguono, dunque? No. Un libro che pone domande, addita problemi, cerca risposte. Non siamo più in quel Medioevo, ma gli esseri umani sono ancora gli stessi, nascono, amano, crescono, sperano, si spaventano. Oltre ad alcune curiosità - una data di nascita sbagliata per Cristo, le reazioni suscitate dall'arrivo dell'anno Mille - scopriremo quale evento all'improvviso fece degli ebrei i nemici della porta accanto; che legame esiste fra la nascita del purgatorio e la circolazione di temi macabri nelle chiese, come si contrastò il dilagare delle carestie. Alcuni testimoni privilegiati renderanno palpabili anche a noi i drammi delle loro epoche, mentre un corredo di immagini accompagnerà il racconto.

sabato 13 marzo 2021

QUANDO TORNERÒ

 

QUANDO TORNERÒ
di Marco Balzano

«Se non capisci tua madre, è perché ti ha permesso di diventare una donna diversa da lei». Questa è la storia di chi parte e di chi resta. Di una madre che va a prendersi cura degli altri, dei suoi figli che rimangono a casa ad aspettarla covando ambizioni, rabbie, attese. E un'incontenibile voglia di andarsene lontano. Dopo "Resto qui", Marco Balzano torna con un racconto profondo e tesissimo di destini che ci riguardano da vicino, ma che spesso preferiamo non vedere. Un romanzo che va dritto al cuore, mostrando senza mai giudicare la forza dei legami e le conseguenze delle nostre scelte. Daniela ha un marito sfaccendato, due figli adolescenti e un lavoro sempre più precario. Una notte fugge di casa come una ladra, alla ricerca di qualcosa che possa raddrizzare l'esistenza delle persone che ama - e magari anche la sua. L'unica maniera è lasciare la Romania per raggiungere l'Italia, un posto pieno di promesse dove i sogni sembrano più vicini. Si trasferisce così a Milano a fare di volta in volta la badante, la baby-sitter, l'infermiera. Dovrebbe restare via poco tempo, solo per racimolare un po' di soldi, invece pian piano la sua vita si sdoppia e i ritorni si fanno sempre più rari. Quando le accade di rimettere piede nella sua vecchia casa di campagna, si rende conto che i figli sono ostili, il marito ancora più distante. E le occhiate ricevute ogni volta che riparte diventano ben presto cicatrici. Un giorno la raggiunge a Milano una telefonata, quella che nessuno vorrebbe mai ricevere: suo figlio Manuel ha avuto un incidente. Tornata in Romania, Daniela siederà accanto al ragazzo addormentato trascorrendo ostinatamente i suoi giorni a raccontargli di quando erano lontani, nella speranza che lui si svegli. Con una domanda sempre in testa: una madre che è stata tanto tempo lontana può ancora dirsi madre? A narrare questa storia sono Manuel, Daniela e Angelica, la figlia più grande. Tre voci per un'unica vicenda: quella di una famiglia esplosa, in cui ciascuno si rende conto che ricomporre il mosaico degli affetti, una volta che le tessere si sono sparpagliate, è la cosa più difficile.